Tecno-populismo. Il paradosso della politica pop.

I populisti scelgono sempre bene i propri avversari, soprattutto perché ne hanno sempre bisogno.

L’ormai fronte mondiale del dilagante populismo, esploso con l’elezione di ciuffo biondo Trump, non è allineato fra Stati Uniti e resto del mondo. Il nemico conteso? La Silicon Valley. I servizi della Silicon Valley sono stati una manna per i populisti, ampliando il loro pubblico e permettendogli di rivolgersi ai potenziali elettori con messaggi personalizzati, come ha dimostrato lo scandalo Cambridge Analytica.

Oggi nuovi partiti di destra come lo spagnolo Vox sono consapevoli della priorità delle loro battaglie digitali, e infatti Vox, è già il primo partito in Spagna per numero di follower su Instagram. Per i populisti la Silicon Valley è lo strumento per sfuggire all’egemonia dell’establishment di casa loro, radicato nei mezzi d’informazione, nelle università e nei poteri dello Stato.

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Per la destra statunitense invece la Silicon Valley è un’accozzaglia di avidi capitalisti e “marxisti culturali” ansiosi di indottrinare gli utenti con idee di sinistra. Steve Bannon e Brad Parscale (responsabili per il digitale della campagna elettorale di Trump nel 2016) hanno dichiarato che “i mostri tecnologici come Google e Facebook sono diventati degli incubatoi delle ideologie di estrema sinistra”.

Il contrasto si nota facile, vedendo un video girato durante l’insediamento del nuovo presidente brasiliano, Bolsonaro, in cui una folla di sostenitori urla in coro “WhatsApp!” “Facebook!” Non è un caso isolato. L’anno scorso, il nostro ministrone Salvini, non ancora stregato dal fascino della divisa compulsivo, dichiarava che le élite non avrebbero più indottrinato l’opinione pubblica, concludendo il messaggio con un: “Viva Facebook!” Sempre in Italia, il M5S ha preso fortunatamente le distanza da personaggi come Bannon e Bolsonaro, ma, essendo un partito fondato da un blogger e che tanto decanta la “democrazia diretta” del sistema Rousseau, non può che schierarsi con le aziende tecnologiche e imitare la loro retorica dell’innovazione radicale, promettendo di trasformare l’Italia in una Smart Nation.

A meno di una rottura con gli USA, è improbabile che i populisti europei cambino opinione sulla Silicon Valley. Continueranno ad accumulare capitale politico accusando gli avversari politici di voler imbavagliare le piattaforme digitali per censurarli.

Tutto questo è un enorme paradosso all’interno del populismo mondiale, (oltre al nazionalismo, perché poi mi spiegate come fanno ad essere alleati se poi per forza di cose un nazionalista pensa solo al suo orticello) che i progressisti dovrebbero sfruttare chiedendo risposte.

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La risposta non credo arriverà, perchè la destra populista non ha una reale consapevolezza né dell’economia globale né del ruolo delle aziende in questo sistema. Non ci resta che attendere la fine del mandato da ministro di Salvini? Al massimo dovremmo solo continuare a tenercelo come foodblogger giusto?

Occhio a gente che ciancia di patriottismo, di difesa della bandiera, di identità nazionale. Perché buonisti un cazzo. Buoni, semmai. Non perfetti, non santi, non intangibili. Ma buoni. O, se preferite, migliori. Ci vuole poco ad essere migliori di un fascio.

 

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Le persone. Brand e social media.

Si sono tenuti allo IULM i Mashable Social Media Days di quest’anno e oltre al seguitissimo tema dei social media, la manifestazione ha allargato i suoi contenuti con i Digital Innovation Days.

La condivisione delle informazioni è fondamentale in un’epoca in cui le innovazioni sono costanti, i trend sempre più veloci e dalla durata sempre minore. Bisogna avere una visione del futuro certa, perché non sappiamo bene quello che arriverà ma almeno dobbiamo essere sicuri di sapere da che lato arrivi e guardare nella giusta direzione.

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Molti i temi interessanti, come i contenuti, ormai più che fondamentali in una comunicazione sui social media, e da tempo che lo dico, evitiamo di “parlare” a vanvera, non interessa a nessuno, e vale per noi come per i brand. La chiave di volta del successo sta principalmente nel condividere contenuti di qualità. Non importa se “restiamo zitti” per qualche giorno, è meglio attendere e produrre contenuti validi per i nostri canali anziché “fare rumore” a caso e rischiare di far danni, soprattutto nell’epoca dell’overflow delle informazioni.

Un brand deve entrare in empatia con la propria audience, cercando di comprendere quali possano essere preoccupazioni e problematiche da loro riscontrate per poi risolverle evitando putiferi, pur prestando attenzione a non svilire mai l’identità  e le policy della nostra azienda.

Per quanto la digitalizzazione sia permeante nella comunicazione, è la persona che deve essere al centro di ogni decisione e per farlo bisogna farsi una domanda fondamentale, cosa vogliono davvero le persone?

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Un interessante talk di Tiziano Tassi CEO di Caffeina ci espone un punto di vista #HumanFirst in un passaggio dalle classiche personas (target e contesto socio demografico) al contesto reale (behavioral marketing) applicando la business intelligence per creare cluster di comportamento non più basati su informazioni socio demografiche o inserite dall’utente, bensì da informazioni di comportamento mappate sui differenti punti di contatto digitale, messi a disposizione dalla marca al suo utente finale.

Per concludere, l’esperienza di Simona Portigliotti, Marketing manager di Gamestop Italia ci insegna che non importa quanto siano tecnologici i prodotti che vende la nostra azienda, se non ci evolviamo, se non cambiamo focus tenendo alta l’attenzione anche su ciò che magari prima dell’avvento del digital ci sembrava poco interessante o non principalmente rilevante, siamo destinati inesorabilmente a fallire.

Ci vuole una visione del futuro “naturalmente digitale”, in cui il digitale è parte positiva della vita delle persone in ogni momento della giornata.

La creatività. Cannes Lions 2018.

Rieccoci qua, non possiamo dire di essere puntuali come un orologio svizzero, ma va be’, essere troppo puntuali non è da creativi. Indi per cui andiamo subito a riepilogare quello che in questo Cannes, per l’ennesima volta “rivoluzionato” ci ha colpito di più.

Sicuramente la presenza delle società di consulenza, prime fra tutte Accenture e Deloitte che anno dopo anno si sono sempre più avvicinate al mondo delle agenzie fino a conquistare anche qualche leone in questa edizione.

Comunicare in una società sempre più polarizzata non è facile, per i brand è meglio concentrarsi sui fatti.

Le marche troppo spesso si interrogano su come trovare una storia che metta tutti d’accordo, che piaccia a tutti.

È infatti sempre più difficile trovare temi “sicuri”. Per Kurt Andersen, autore del libro “Fantasyland: How America Went Haywire”, per trovare un terreno comune i brand dovrebbero adottare un modo di comunicare ‘facts-first’, focalizzato sui fatti e meno sulle opinioni o tradizionali iperbole pubblicitarie.

Di fronte al fatto che ormai anche i brand devono scegliere da che parte stare riguardo a temi di carattere socio-culturale, è necessario che le aziende cerchino di intercettare il tipo di consumatore (meglio educato, più giovane, cosmopolita) che porta più valore alla marca e cause che migliorano la brand equity. Quand’anche, si può sempre evitare di allinearsi alle posizioni più estremiste perché le sfumature rimangono sempre di più del tutto bianco o tutto nero.

Molti progetti hanno espresso al massimo questo concetto aumentandone la potenza riuscendo a sfruttare a pieno le peculiarità dell’innovazione tecnologica.

Ecco i progetti che quest’anno si sono meritati i CuriosLions18 😉

Categoria Titanium

PALAU PLEDGE

Client: Palau Legacy Progect

Agency: Host/Havas Sidney

 

Categoria Design

DRONE LIGHT SHOW AT THE OLYMPICS

Client: Intel

Agency: Intel Corporation

 

Categoria Entertainment

BREAKING2

Client: Nike

Agency: Wieden+Kennedy Portland

 

Categoria Mobile

SNAPTIVITY APP

Client: Snaptivity

Agency: R/GA London

 

Categoria Health&Wellness

CORAZÓN – GIVE YOUR HEART

Client: Montefiore

Agency: John X Hannes New York

 

Categoria Print & Publishing

TAGWORDS

Client: Budweiser

Agency: Africa São Paulo

 

Categoria Entertainment

THIS COKE IS A FANTA

Client: Coca Cola

Agency: David the Agency São Paolo

 

Categoria Social & Influencer

NOTHING BEATS A LONDONER

Client: Nike

Agency: Wieden + kennedy London

 

Categoria Mobile

CORRUPTION DETECTOR

Client: Reclame Aqui

Agency: Grey Brazil

 

Categoria TItanium

VR VACCINE

Client: Hermes Pardini

Agency: Ogilvy Brazil

L’Italia. L’internet, gli itagliani e gli italieni.

Per il principio per cui i prestiti linguistici arricchiscono la lingua che li riceve, che non esistono lingue che non siano miste e che il purismo linguistico è poco praticabile, quelle che prima si chiamavano Bufale, adesso si chiamano Fake News. E ci va bene così, va bene dal punto di vista linguistico, un po’ meno tutto il resto.

Mark Zuckerberg, ha fornito agli inquirenti del Russiagate le prove delle interferenze russe nelle elezioni americane, fake news sono state propinate ad un determinato target che in realtà si aspettava di ricevere proprio quel genere di notizie. Trump ha quindi vinto per un complotto russo?

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La giornalista americana Sue Halpern su The New York Review nel bellissimo articolo How he used Facebook to win ha fornito una spiegazione più semplice: Trump, o meglio il suo staff, hanno perfezionato i sistemi di propaganda elettronica che avevano già avuto un ruolo nell’elezione di Obama. Servendosi di database che registravano le preferenze degli elettori in base ai like dati da ognuno su Facebook, hanno lanciato sui media una campagna calibrata per tipo di elettore. Avete paura dell’immigrazione? Vi mandano statistiche allarmanti sui reati compiuti da immigrati. Odiate l’establishment? Vi si spedisce l’elenco delle banche che hanno finanziato la Clinton e così via; a tutto questo uniamo le fake news e il gioco è fatto.

La vittoria di Trump, così come la Brexit hanno ufficialmente aperto il dibattito (ed era ora) sulla cosiddetta post-truth society, l’idea di una società in cui il concetto di verità condivisa (l’insieme di eventi e personaggi che tutti consideriamo esistenti, al di là delle nostre opinioni su di loro) è definitivamente scomparso, o meglio, deformato dai social network e dai loro algoritmi.

I social network, infatti, confezionano un piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un feed che contiene notizie e personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci. Così, se abbiamo messo “Like” su una pagina di destra, per esempio, Facebook tende a mostrarci altri contenuti simili, favorendo una deriva estremista.

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Le FakeNews sono un elemento essenziale di questa comunicazione, aggiornate secondo i voleri dell’algoritmo e scritte per fare da esca ad un certo pubblico, nei social sono di solito composte da un titolo forte e da un’immagine d’accompagnamento.

Di esempi ce ne sarebbero tantissimi, una delle ultime il ragazzo di colore “senza biglietto” sul treno, oppure dalle ultime perle c’è un post dove si vede un anziano italiano di nome Giorgio e un giovane di colore di nome Mohamed messi a paragone con dei testi che dicono che Giorgio ha lavorato tutta la vita ed è costretto a vivere in auto, Mohamed invece, è nigeriano, vive in Italia da due anni, non fa niente tutto il giorno e lo Stato gli da iPhone, hotel a 5stelle e i famosi 30€ al giorno. Chiude il tutto la scritta in basso bella grande: condividi se sei incazzato. La domanda è, chi è Mohamed, chi è Giorgio dove come perché ma coosa? Il post ha ricevuto migliaia di like, commenti e soprattutto condivisioni quindi una larga diffusione.

Le FakeNews sono purtroppo ormai diventate una professione, c’è chi ne produce per influenzare l’opinione altrui con finalità politiche sfruttando i social quando ci fanno vedere contenuti personalizzati, provenienti da (poche) fonti che confermano i nostri pregiudizi e su cui molti utenti cliccano senza neppure chiedersi da dove provengono; e chi per generare facili profitti pubblicitari: basta creare un sito web e saperlo promuovere sui social media con titoli accattivanti per guadagnare fino a 10.000 dollari al mese, come ha confessato al Washington Post Paul Horner, noto autore di notizie false.

Nel futuro non sarà più necessario esistere per esistere, e le conseguenze di questa rivoluzione sono già visibili.

In Inghilterra un ragazzo ha inserito su TripAdvisor un ristorante con tanto di ottime recensioni, sito web ufficiale e belle foto di piatti scalando la classifica del portale fino a diventare il ristorante numero uno di Londra, peccato che il ristorante letteralmente non esista. Su Instagram recentemente il magazine Business of Fashion ha dedicato un profilo a Miquela Sousa, nota su Instagram come @lilmiquela, un’influencer diciannovenne a cui piace la moda e la bella vita che però ha una caratteristica unica: non esiste, il suo volto è generato al computer mentre tutto ciò che la circonda, soprattutto i vestiti di marca, sono veri.

In un futuro in verità molto vicino si potrebbero falsificare anche i video, e dare a qualunque utente della rete la possibilità di creare un video in cui chiunque può essere visto e sentito dire qualsiasi cosa, anche se totalmente estraneo a quell’azione.

Intanto Adobe ha presentato un software che si presenta come “il Photoshop per la voce”, mentre innumerevoli aziende stanno investendo per migliorare anche la componente video. È ormai possibile, insomma, creare reperti audio-video credibili usando un computer e un campione della voce della persona che vogliamo incastrare.

In tutto questo bel calderone pronto ad esplodere, l’odio e l’ignoranza in rete divampano.

Che io sappia in Italia la Costituzione prevede sanzioni per “chiunque fa propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento  o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità” del partito fascista. Le autorità tuttavia non sono mai intervenute contro CasaPound e Forza Nuova, i cui iscritti esibiscono svastiche e bandiere fasciste nelle manifestazioni. L’Anpi ha stilato una lista di 500 siti web che esaltano il fascismo in Italia chiedendo che fossero chiusi. Non è stato fatto niente. Sono siti che diffondono l’odio, specialmente contro i migranti e lo fanno dando spazio soprattutto sui social network a notizie false, falsi racconti di stupri compiuti da stranieri condivisi migliaia di volte.

Le FakeNews hanno avuto un ruolo fondamentale nella propaganda dell’estrema destra, fatta per lo più da trogloditi ignoranti poco avvezzi al farsi domande in generale, e non sembra esserci attualmente nessuna vigilanza in materia. Purtroppo la Democrazia dà per scontato che i suoi cittadini condividano la sua la stessa realtà, ma non è così.

Detto questo sapete chi vincerà le prossime elezioni in Italia indipendentemente da come la si pensi.

L’onda. Il digitale nella comunicazione.

Ormai non c’è comunicazione senza digitale. Il digital nella comunicazione è un’onda molto potente da cavalcare nel modo e nel momento giusto.

Il digital è “il nuovo normale”, il mercato si evolve e il consumatore anche più rapidamente. I social sono come un’attitudine a comunicare oltre che un media. Essere al centro nella trasformazione della comunicazione sui social media consente di anticipare i cambiamenti delle preferenze nelle varie fasce di età in tema media e piattaforme utilizzate, formati, attenzione/durata, tipologia di contenuto e percorsi di attivazione. Il consumatore non necessariamente memorizza un post o cinque secondi di video, tra le decine visualizzati ogni giorno ma sicuramente considera un percorso di un brand a sé vicino sui vari media digitali e luoghi frequentati, ed è disponibile con la sua attenzione nel mezzo del clamore digitale quotidiano.

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Nell’era della digital trasformation, la comunicazione online è sempre più orientata a cogliere le nicchie di attenzione della propria audience e le aziende hanno sempre più necessità di distinguersi sul mercato e di raccontare la propria storia a stakeholder nazionali ed internazionali.

Bisogna convertire il piacere in interesse, il dialogo in azione, il sogno in acquisto.

Parlare di digital e brand in passato significava parlare di tematiche vicine, ma differenti, è bastato poco però perché questi due elementi si unissero in un’unica ricetta che può cambiare in base al gusto del consumatore.

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Il mondo digitale e l’evoluzione delle tecnologie, ci stanno dando un’infinità di opportunità, il valore aggiunto nel cogliere queste opportunità viene sempre dalle idee che sono quelle che rendono strategicamente rilevanti opportunità che la tecnologia ci dà.

Comprendere e non inseguire l’evoluzione tecnologica come unica cosa a cui potersi aggrappare per fare la differenza è la chiave di volta per rendere strategicamente rilevanti i progetti e lavorare creativamente per la marca.

Bisogna anche essere consapevoli di dove si sta andando però, ed usare i giusti mezzi nel modo giusto, o si rischia di cadere dalla nostra tavola da surf.

Sovvertire. La creatività italiana.

Sono stati giorni intensi al Teatro Franco Parenti, durante l’ultima edizione di IF – Italians Festival, e alla fine le giurie hanno tratto le loro conclusioni, aggiudicando gli awards nelle rispettive categorie.

Il tema di quest’anno è stato #sovvertire. Quanto sia stato davvero sovvertito e cosa sia cambiato rispetto a quello che dovrebbe essere in molte agenzie, nei premi e nei rapporti con i clienti non lo so, credo poco, o nulla.

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Una cosa però per la prima volta è accaduta (probabilmente come spot per dare visibilità e “concretezza” alla parola scelta come tema della manifestazione ma va bene così), per la prima volta nella storia del premio, infatti, il Grand Prix non è andato ad un’agenzia: a vincere è stata la campagna Linkedinmate realizzata dagli studenti di Accademia di Comunicazione per LinkedIn.

Non voglio entrare nella diatriba che si è accesa fra chi sostiene che sia stata una cosa “rivoluzionaria” (mi pare un po’ eccessivo) e chi dice che allora tanto vale premiare i fake. Dal punto di vista creativo l’idea funziona alla grande e l’execution è davvero ottima, quindi bravi, che dire, ci stà 😉 ottimo punto di uscita del festival per chiudere con una visione positiva sul futuro della comunicazione.

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Un altro tema evidente è che la pubblicità classica sta perdendo la propria forza di persuasione per lasciare spazio a nuove forme di espressione. Negli ultimi anni campagne integrate, app, installazioni, piattaforme digitali cross-mediali sono state il punto più alto della creatività.

Inoltre la leva del branded content ed entertainment è oggi sempre più diffusa, i brand la apprezzano, la usano, ripetono l’esperienza e gli investimenti vengono confermati o aumentati. Il vantaggio del branded content è che permette al brand di raccontare non tanto quello che fa ma chi è, i suoi valori, la sua storia e cosa rappresenta per il consumatore.

Certo è una leva non facile da gestire, l’azienda deve prendersi dei rischi e deve avere bene chiaro il pubblico a cui si rivolge.

Cristina Gusmini (Group Brand Manager Heineken), durante uno dei tanti interessanti talk lo spiega così: «Il branded content è un animale complesso e articolato, non sempre facile da decodificare per le aziende, si tratta di contenuti la cui chiave è nel contenuto stesso; dunque ci vuole una comprensione profonda del target, più orizzontale e quindi più complesso e bisogna essere capaci di prendersi dei rischi, già dall’inizio».

Forse il prossimo anno il tema protrebbe essere il #coraggio, quello a volte dei clienti che pur di non rischiare nulla si accontentano della mediocrità.

Come ben sappiamo però la mediocrità non premia e non solo in queste manifestazioni ma anche nelle vendite.

La creatività. Cannes Lions 2017.

La tecnologia ha ormai preso possesso di quasi tutte le categorie presenti all’International Festival of Creativity. Molte agenzie internazionali hanno deciso di togliere da tempo la parola digital davanti alle Unit nate ad hoc, essendo tutto permeato dal digitale e dalla tecnologia. Si conferma il trend della tecnologia a favore del bene comune, tangibile e verificabile. Per fare questo però, oltre che la tecnologia i brand devono prendere posizione, esprimere un punto di vista, la propria personalità, essere più calati nella realtà e puntare meno alla promozione del prodotto.

L’innovazione deve mettere al centro le persone ed è da questa centralità che dovrebbe discendere la capacità dei brand e dei loro consulenti di comunicazione di semplificare la vita, aiutare o essere utili ai consumatori, creando valore per entrambi con l’aiuto della tecnologia.

Ecco i progetti che secondo me meritano i CuriousLions17 😉

Categoria Cyber

MEET GRAHAM

Client: Transport Accident Commission

Agency: BBDO Melbourne

 

Categoria Product Design

PAYPHONE BANK

Client: Tigo-Une

Agency: Grey Colombia

 

Categoria Cyber

DREAMS

Client: Ford

Agency: GTB Ogilvy España

 

Categoria Innovation

TILT BRUSH

Client: Google

Agency: Google Creative Lab

 

Categoria Mobile

NEVER-ENDING FOREST APP

Client: Faber Castell

Agency: David the agency

 

Categoria Innovation

NIKE UNLIMITED STADIUM

Client: Nike

Agency: BBH Singapore

 

Categoria Innovation

GOOGLE HOME OF WHOPPER

Client: Burger King

Agency: David the agency

 

Categoria Promo & Activation

LIKE MY ADDICTION

Client: Addict Aide

Agency: BECT Paris

 

Categoria Integrated

DID YOU MEAN MAILCHIMP?

Client: Mailchimp

Agency: Droga5 NY

 

Categoria Mobile

CHAT YOURSELF

Client: Italia Longeva

Agency: Y&R Italy

 

L’agenzia. L’idea e la tecnologia.

L’evoluzine del mercato ci porta sempre più spesso a parlare di new media, il paradosso sta nel fatto che definiamo new media dei media che esistono ormai da più di dieci o quindici anni (internet per esempio di anni ne ha addirittura 25), perché è nella loro stessa natura evolversi ed influenzare i media pre-esistenti. In un contesto come questo, quello che devono fare le agenzie è entrare nel main set studiare ed aggiornarsi continuamente per cambiare tutti i giorni, sempre con un modello nuovo.

Un modello flessibile dove si passa da un approccio media driven (dove c’è un media che guida e la creatività che gli ruota intorno), ad un approccio ad un modello che è completamente guidato dalla creatività, dove l’idea domina e in base a quello si stabilisce quali sono i media principali e più utili per quella situazione per assolvere alle necessità del cliente.

Un’idea deve nascere indipendentemente dal media di atterraggio, la scelta del media mix parte poi da quelle che sono le necessità del cliente in quella singola occasione.

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La strategia dei canali, e in generale tutta quella parte di lavoro che di norma viene fatta dai planner e dai media planner, è oggi più importante che mai, ma sono le idee a rendere efficaci e memorabili le campagne di comunicazione, perché i mezzi sono gli stessi per tutti ma le idee fanno la differenza.

Il mondo digitale e l’evoluzione delle tecnologie, ci stanno dando un’infinità di opportunità, il valore aggiunto nel cogliere queste opportunità viene sempre dalle idee che sono quelle che rendono strategicamente rilevanti opportunità che la tecnologia ci dà.

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Comprendere e non inseguire l’evoluzione tecnologica come unica cosa a cui potersi aggrappare per fare la differenza è la chiave di volta per rendere strategicamente rilevanti i progetti e lavorare creativamente per la marca.

Condivisione degli obbiettivi tra agenzia e cliente è quindi un elemento basilare e fondamentale per la riuscita dei progetti, come obbiettivi di business, di marketing o di comunicazione ma comunque a lungo termine, cosa che oggi si fa sempre meno spesso.

Siamo in un momento storico in cui tutto va molto veloce ma è molto importante che l’agenzia sia conscia delle opportunità che verranno domani, fra 6 mesi, o fra un anno, perché lavorare ad un progetto che sia strategicamente creativo e contemporaneamente porti valori al brand è un processo piuttosto lungo e quindi serve che agenzia e azienda abbiano un rapporto continuativo e completo sotto tutti i punti di vista.

Una buona idea non nasce per avere successo su un media specifico, per fare tante views o tanti commenti, ma dall’identificazione di un bisogno reale, di un insight forte in grado di trascinare le persone che la vedranno. In comunicazione non esiste però il mestiere dell’artista, avere avuto una buona idea non è tutto e non vuol dire averla fatta, è necessario che dall’altra parte ci sia un interlocutore, un cliente, che ci creda, che si ponga come interlocutore costruttivo e che investa in quello che hai pensato perché convinto che questo farà bene al suo brand.

La Storia. Come riscaldare il digitale.

Sento dire spesso che la tecnologia è fredda, impersonale e poco emozionale, sarà anchè più smart ma uccide le emozioni. Sono d’accordo in parte, la tecnologia ha tanto potenziale nel migliorarci la vita quanto nel peggiorarcela. Sta a noi riuscire a sfruttare al meglio le nuove regole del gioco.

In comunicazione ne è un esempio lo storytelling. Fare storytelling vuol dire sfruttare la narrazione, una delle pratiche più antiche ed efficaci della buona comunicazione. Ma vuol dire anche informare ed emozionare il pubblico senza annoiare. Lo storytelling è fondamentale qualunque sia il mezzo con cui si decide di comunicare. Se non si riesce a sfruttare la narrazione emozionando il fruitore, il messaggio che si vuole comunicare perderà inevitabilmente forza e sarà ignorato con più facilità.

Viviamo in una cultura del consumo che racconta storie attraverso i prodotti che acquistiamo: così ha dichiarato il futurologo danese Rolf Jensen, profetizzando come da oggi al 2020 assisteremo allo sviluppo esponenziale di una fase costituita dalla società del sogno. Storie che servono a creare relazione con il consumatore e ad incrementare le vendite. Storie che oggi si contaminano anche con una realtà ricostruita e immersiva: perché i brand iniziano a sperimentare narrazioni sempre più strutturate in realtà virtule.

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L’Economist ha da poco coniato il termine Story Time, una storia che viene declinata sempre più all’interno della realtà virtuale, consentendo sperimentazioni in passato impensabili. Così se il 2016 è stato l’anno del gaming nella realtà virtuale – e più che altro dell’esplosione della realtà aumentata con le pratiche di gioco che integrano reale e virtuale, come per esempio il boom di Pokémon Go –  questo 2017 segnerà il passaggio verso una narrazione per le aziende.

Sempre l’Economist afferma: «La realtà virtuale darà luogo a nuove forme di narrazione. Tuttavia solo il tempo e la sperimentazione imporranno un nuovo linguaggio da sviluppare per schermi grandi e piccoli. Ora è necessario scrivere un nuovo libro di grammatica per la virtual realty», scrive Leo Mirani, news editor per Economist.

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Intanto recenti studi affermano che le persone sono più propense ad acquistare da brand che utilizzano realtà virtuale: il 71% considera la marca lungimirante e moderna, addirittura il 91% prova sentimenti positivi dopo la visione di una storia in realtà virtuale. Negli ultimi anni la customer experience e lo storytelling sono diventati elementi sempre più centrali nelle strategie di marketing dei brand, perché le persone si trovano a interagire con un numero maggiore di contenuti. Solo coloro in grado di offrire un’esperienza che si differenzi dalle altre riescono a creare un legame tra marca e audience. Fondamentale quindi è distinguersi, emozionando e avvicinando. Vicinanza, trasparenza ed emozioni: sono questi gli elementi in grado di rendere una storia coinvolgente e un’esperienza digital interessante e memorabile.

In un mondo dominato ormai dai social media e dallo share, anche la realtà virtuale cerca nuovi approdi condivisi. Uno degli sviluppi più interessanti è proprio quello della “social virtual reality”: contenuti da fruire insieme, in grado di avvicinare persone che si trovano in luoghi distanti tra loro, o di far vivere a chi si trova nella stessa stanza storie condivise. Così anche da sfatare il pensiero diffuso che la tecnologia in generale, e la VR in particolare, siano strumenti che isolano le persone.

Siamo nell’era delle conversazioni, però questa conversazione ora va declinata su registri emozionali, deve coinvolgere un utente sempre più protagonista e alfabetizzato al digitale. Altro che uccidere le emozioni, adesso abbiamo la possibilità di ampliarle.

Il design dei servizi. L’importanza di ogni istante.

Il 2017 sarà sempre più caratterizzato dal design per creare servizi rivolti alle persone.

Un design complesso ma semplice allo stesso tempo, rendere semplici passaggi complessi e soprattutto i vari, piccoli e veloci momenti di fruizione di varie esigenze da parte dell’utente. I micro-istanti quindi, avranno grandi potenzialità. Le tecnologie di ascolto ci permettono di agire in qualunque momento e in base a qualsiasi esigenza: acquistare, imparare, comunicare, compiere azioni. Conseguentemente l’esperienza dei consumatori viene frammentata in numerosi micro-istanti. Questi comportamenti seguono uno schema altamente prevedibile (a un’esigenza immediata segue sempre una risposta pertinente), ma in un ordine imprevedibile. Stanno modificando il nostro modo di consumare. Le persone sono sempre più spesso online, ma ciascuna visita dura poco tempo. Questo scollamento ha enormi ripercussioni sui brand: i consumatori sono sempre meno propensi a fare lunghe ricerche, preferendo invece dedicare piccoli ritagli di tempo ad attività molto specifiche. Per i brand, ciascuno di questi brevi istanti rappresenta un’opportunità per influenzare le nostre abitudini. Modificare il modo in cui le persone mantengono comportamenti già esistenti è importante tanto quanto crearne di nuovi.

 

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Per esempio l’azione di passare da una app all’altra potrebbe scomparire sempre più. L’esempio più calzante è WeChat, l’app cinese di messaggistica con circa 500 milioni di utenti mensili attivi che offre funzionalità che vanno ben oltre la definizione tradizionale di app o browser, ospitando al suo interno più di 10 milioni di app di terze parti. Una di queste funzionalità consente di regolare l’illuminazione e la temperatura di una camera di hotel. Visa sta sviluppando una vettura connessa alla rete, capace di effettuare i pagamenti relativi a generi alimentari, piatti da asporto e al rifornimento. Quindi stiamo parlando di un servizio o una app?

I servizi vengono offerti all’interno delle nostre abitazioni in modi un tempo impensabili e sono in grado di semplificare le nostre vite tramite l’automatizzazione di numerose operazioni. Ma per permetterci di usufruire di queste comodità, le aziende devono avere accesso a ogni nostra azione, o quasi (ricordiamo che il concetto di privacy cambia ma non sparisce). Aggregando questi dati è possibile ottenere un interessante profilo di un consumatore. Le IA continueranno ad ampliare i confini dell’intelligenza e della progettazione. Il sistema Watson di IBM, il quale utilizza le tecnologie cognitive in diverse applicazioni, dall’oncologia alle correlazioni negli studi clinici, è una piattaforma tecnologica che sfrutta la comune elaborazione linguistica e l’apprendimento automatico per ottenere informazioni a partire da grandi quantità di dati disaggregati. Questo tipo di tecnologia cognitiva rappresenta l’inizio della prossima ondata di cambiamenti digitali.

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Il digital change riguarderà molto da vicino non solo i brand, ma tutte le aziende, i consumatori e chi offre prodotti o servizi, proprio pechè l’intero mercato globale del lavoro verrà investito dalla digital trasformation.

Entro un decennio, le IA avranno un immenso ruolo nella gestione dei flussi di lavoro. Ciò sta già accadendo per esempio con Minwa, supercomputer cinese capace di classificare un milione di immagini in base a 1.000 categorie predefinite, con un margine di errore inferiore a quello umano. Con l’evoluzione delle IA potremo (e dovremo) focalizzarci sulle mansioni nelle quali gli esseri umani eccellono, come i processi creativi.